VERSO GERUSALEMME

 

Giovanni Chiaramonte

Con testi di Arturo Carlo Quintavalle, Silvano Petrosino, Antonio Sichera, Umberto Fiori

Il breve testo sull’opera e sul pensiero di Giovanni Chiaramonte che segue fa parte di un più ampio studio sul tema della luce pubblicato nel 2004. In questo studio ho cercato di mostrare come, all’interno dell’esperienza umana, nessuna riflessione sulla luce può evitare di confrontarsi con le questioni relative alla natura dello sguardo e allo statuto dell’immagine: ogni seria interrogazione sulla luce è costretta a riflettere al tempo stesso anche sullo sguardo e sull’immagine. È proprio in rapporto a questo intreccio antropologicamente essenziale che l’opera di Chiaramonte mi sembrò particolarmente significativa, imboccando una strada che in questi ultimi quindici anni si è fatta sempre più chiara e matura. Nelle poche pagine del 2004 mi soffermavo soprattutto su due aspetti delle fotografie dell’artista: il loro continuo richiamo all’uomo, all’esperienza umana della luce all’interno dello sguardo, e in secondo luogo il loro evidente rinvio all’infinito, da intendere soprattutto, anche se non solo, «evitando la trappola di facili spiritualismi», «in riferimento all’obiettivo e all’apertura di campo della macchina fotografica». Chiaramonte chiamava e chiama tuttora la prospettiva in cui egli opera «realismo infinito»; l’espressione è magnifica, anche perché, così almeno a me sembra, è forse l’unica ad essere adeguata alla misura, cioè alla ratio, a cui il particolare modo d’essere dell’uomo con insistenza rinvia.
Silvano Petrosino

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